Combattere le condizioni sociali delle discriminazioni
Guerre culturali e non Il passaggio dal Woke 1 al Woke 2 sarebbe soprattutto un aggiustamento tattico

Foto di Rebecca Blackwell / Ap – Foto di Rebecca Blackwell / Ap
«Woke 1 was crazy». La frase di un collega di partito, ripresa da Alexandria Ocasio-Cortez, potrebbe sembrare soltanto una maniera rapida per prendere le distanze da alcune posizioni sostenute dalla sinistra americana negli anni delle grandi mobilitazioni successive all’assassinio di George Floyd. E tuttavia proprio la sua leggerezza è significativa, perché chiamare quella stagione «Woke 1» significa trasformarla in un software politico ormai superato. E significa, soprattutto, ammettere che una certa forma della sinistra americana è entrata nella fase dell’autocritica. Ma il problema è capire quale autocritica.
Una prima possibilità è quella che viene suggerita dalla stessa formula di Ocasio-Cortez: abbiamo esagerato. Abbiamo utilizzato un linguaggio troppo radicale, abbiamo assunto posizioni politicamente indifendibili. Da questo punto di vista, il passaggio dal Woke 1 al Woke 2 sarebbe soprattutto un aggiustamento tattico: meno defund the police, meno linguaggio identitario, maggiore capacità di parlare a un elettorato che non si riconosce nell’universo culturale delle élite progressiste. Ma questa interpretazione lascia intatto il problema fondamentale.
La questione non è infatti se la sinistra debba essere più o meno woke. La questione è perché, nella sinistra contemporanea, conflitti sociali che hanno una radice materiale siano stati progressivamente tradotti in conflitti culturali.
Le culture wars non nascono dal nulla. Sono il prodotto di una trasformazione profonda della politica occidentale: la crisi della centralità del conflitto di classe, la dissoluzione di forme collettive di organizzazione, l’indebolimento dei partiti e dei sindacati e, parallelamente, l’affermazione di un neoliberalismo capace di presentare l’individuo come principale unità della vita sociale. In questo contesto, il linguaggio dell’identità ha avuto una funzione ambivalente.
Da una parte ha dato voce a esperienze reali di subordinazione che la vecchia politica aveva spesso messo in secondo piano rispetto a una concezione uniforme del soggetto di classe. Dall’altra, però, la progressiva culturalizzazione del conflitto ha prodotto un paradosso: proprio mentre il capitalismo neoliberale diventava sempre più pervasivo, la critica della società tendeva a spostarsi dal terreno della produzione a quello della rappresentazione.
Il problema non è dunque che il razzismo, il sessismo e le discriminazioni siano questioni secondarie: il problema è che una politica può combattere la discriminazione senza necessariamente mettere in discussione le condizioni sociali che la producono. È precisamente qui che occorre guardare con particolare severità a una parte dell’intellighenzia progressista che, negli ultimi decenni, ha trovato un confortevole accomodamento in ciò che Nancy Fraser ha definito «neoliberalismo progressista»: una combinazione apparentemente paradossale di liberalismo economico e radicalismo culturale, nella quale l’emancipazione viene separata dalla redistribuzione e la critica delle gerarchie simboliche può procedere indisturbata accanto alla riproduzione delle gerarchie materiali.
Il mercato può vendere inclusione; le aziende possono fare della diversità un elemento della propria comunicazione: tutto questo può avvenire senza che venga minimamente intaccata la struttura dei rapporti economici. La contraddizione è evidente: si può diventare progressisti sul piano culturale e neoliberali sul piano economico senza percepire alcuna incompatibilità tra le due cose. Ma il compito della sinistra non dovrebbe essere quello di scegliere tra classe e identità: dovrebbe essere quello di ricostruire il nesso tra le due.
Un lavoratore discriminato non vive la propria condizione soltanto come lavoratore, così come una persona razzializzata, una donna o una persona appartenente a una minoranza sessuale non vive la propria condizione soltanto attraverso l’identità. Le diverse forme della subordinazione si intrecciano concretamente nei rapporti sociali e, soprattutto, nei rapporti di produzione.
Il problema del Woke 1, dunque, non è che abbia parlato troppo di cultura. È che troppo spesso ha finito per parlare di cultura come se la cultura fosse separabile dalla materialità sociale. Da questo punto di vista, il passaggio al Woke 2 potrebbe essere interessante se significasse tornare a parlare di salari, lavoro, casa, sanità, istruzione, organizzazione collettiva, potere economico e distribuzione della ricchezza senza abbandonare la critica delle discriminazioni.
Solo a partire da tale assunto possiamo capire che cosa dovrebbe essere il Woke 2. E dovrebbe essere, io credo, il tentativo di riportare le questioni culturali dentro i rapporti sociali che le determinano: sottrarre l’identità alla sua trasformazione in merce politica, ricostruire forme collettive di conflitto e comprendere finalmente che la lotta contro l’oppressione non può essere separata dalla lotta contro lo sfruttamento.
È questa la vera autocritica che la frase di Ocasio-Cortez ci consegna.
( da www.ilmanifesto,it )